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26 Settembre 2025Le due immagini che pubblichiamo sono eloquenti. Entrambe sono state rilevate lo stesso giorno e alla stessa ora, in due città italiane: Pescara e Monza. I risultati parlano da soli. Nel primo caso la velocità in download sfiora i 1400 Mbps con un upload superiore ai 1000 Mbps; nel secondo, pur restando su valori di tutto rispetto, ci si ferma a circa 615 Mbps in download e 580 Mbps in upload.
Se confrontiamo questi dati con quanto avviene nel Molise, la forbice diventa ancora più ampia: qui, con lo stesso servizio fibra, le velocità in download faticano a superare i 250 Mbps, creando un divario che non può più essere ignorato.
L’Italia, dunque, non è un Paese digitale uniforme, ma un Paese a tre velocità. E il problema non è soltanto tecnico: è un tema che tocca direttamente la competitività dei professionisti, degli studi legali, delle imprese e di tutti coloro che oggi basano il proprio lavoro sulla connessione stabile e rapida alla rete.
Ciò che rende questa situazione ancora più inaccettabile è la totale assenza di proporzionalità nei costi. Le bollette sono le stesse da Nord a Sud, in grandi città come in piccoli centri. Le tasse da pagare restano identiche. Gli oneri che gravano sui professionisti non cambiano. A cambiare, invece, è la qualità del servizio che viene erogato.
Eppure, nel silenzio quasi assoluto delle associazioni di categoria, degli ordini professionali e delle istituzioni, questa sperequazione continua a consolidarsi. Le compagnie telefoniche applicano indistintamente le stesse tariffe, pur garantendo prestazioni radicalmente differenti a seconda del territorio. Un modello che, nei fatti, privilegia alcune aree del Paese a discapito di altre, mentre la narrazione ufficiale – sostenuta da pubblicità e marketing – dipinge un’Italia digitale accessibile a tutti.
La realtà è ben diversa. Un avvocato che esercita a Monza o a Pescara, grazie a connessioni che viaggiano oltre il gigabit, può offrire ai propri clienti servizi in cloud, videoconferenze in alta qualità e gestioni telematiche con efficienza. Un collega che lavora in Molise, con la stessa tariffa e le stesse tasse, deve invece fare i conti con rallentamenti, limitazioni e perdita di produttività.
In questo squilibrio non c’è solo una questione tecnica, ma una profonda ingiustizia sociale ed economica. Lo Stato non può permettersi di restare disattento. L’Italia ha bisogno di una vera politica di riequilibrio digitale, capace di garantire a tutti i professionisti gli stessi strumenti tecnologici. Perché un Paese che viaggia a tre velocità non è competitivo, non è equo e non può pensare di crescere davvero.




