Studio Legale Giammatteo
Giurisprudenza
L’aumento esponenziale delle truffe in materia di criptovalute ha reso necessario l’approfondimento tecnico-giuridico dei meccanismi con cui l’Autorità Giudiziaria può intervenire per congelare , sequestrare e…
L’aumento esponenziale delle truffe in materia di criptovalute ha reso necessario l’approfondimento tecnico-giuridico dei meccanismi con cui l’Autorità Giudiziaria può intervenire per congelare, sequestrare e successivamente restituire all’avente diritto gli asset digitali illecitamente sottratti. L’assetto normativo italiano, pur non specificamente modellato sulle criptovalute, consente interventi efficaci attraverso l’applicazione delle norme generali del codice penale e di procedura penale relative al sequestro probatorio, preventivo e conservativo.
Per comprendere come sia possibile “bloccare” le criptovalute oggetto di truffa è necessario chiarire preliminarmente la natura tecnica del wallet, il ruolo delle chiavi pubbliche e private e il modo in cui esse si interfacciano con gli strumenti processuali a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
Un wallet è un software o dispositivo hardware che consente di gestire criptovalute.
Contrariamente a quanto spesso si crede, il wallet non contiene materialmente i token, ma conserva le chiavi crittografiche che permettono di movimentare gli asset registrati sulla blockchain.
È l’indirizzo del wallet, visibile sulla blockchain.
Funzione:
consente a chiunque di inviare criptovalute verso quell’indirizzo;
permette la piena tracciabilità dei movimenti.
È un codice segreto che consente al titolare di disporre delle criptovalute collegate all’indirizzo pubblico.
Funzione:
autorizza la firma delle transazioni;
determina il controllo effettivo degli asset;
chiunque ne abbia disponibilità può trasferire i fondi.
Dal punto di vista giuridico, la chiave privata è assimilabile a uno strumento di disponibilità materiale del bene, poiché consente la movimentazione del valore digitalizzato.
La blockchain, sebbene pseudonima, è un registro immutabile e pubblico.
Una volta individuato un wallet utilizzato per una truffa, l’Autorità Giudiziaria può:
visualizzare tutte le transazioni in entrata e in uscita;
ricostruire i flussi finanziari;
collegare indirizzi a persone fisiche tramite attività tipiche d’indagine (accesso ai KYC degli exchange, ispezioni informatiche, rogatorie internazionali).
Questa caratteristica tecnica permette l’applicazione degli strumenti di sequestro.
Le criptovalute sono beni economicamente valutabili e pienamente sequestrabili.
La giurisprudenza italiana ha chiarito che: le criptovalute sono beni suscettibili di sequestro ai sensi dell’art. 253 c.p.p., ritenendo legittimo il sequestro dell’hardware wallet e delle chiavi private.
Inoltre ha ribadito che le criptovalute costituiscono “beni immateriali a rilevanza economica” e possono essere oggetto di sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p.
Questi precedenti giurisprudenziali reali sanciscono un principio fondamentale:
l’Autorità Giudiziaria può sottrarre ai truffatori il controllo dei wallet attraverso il sequestro delle chiavi private.
Il “congelamento” delle criptovalute non avviene sulla blockchain (che non prevede un vero freeze interno), ma tramite tre modalità tecniche e giuridiche:
Se la chiave privata è sequestrata (art. 253 c.p.p.):
il truffatore perde la capacità di disporre dei fondi;
la Polizia Giudiziaria acquisisce il controllo del wallet;
le somme restano ferme fino alla decisione del Pubblico Ministero o del Giudice.
Questa è la modalità più efficace.
Se le criptovalute sono depositate presso un exchange (Binance, Coinbase, Kraken, ecc.), l’Autorità Giudiziaria può emettere decreto di sequestro ex art. 321 c.p.p. a carico della piattaforma.
La piattaforma ha l’obbligo giuridico di:
bloccare il wallet interno del truffatore;
impedire trasferimenti;
consegnare i dati identificativi (KYC).
In alcuni casi è necessaria rogatoria internazionale.
In caso di custodian, wallet aziendali o servizi centralizzati, l’Autorità può imporre:
blocco dell’account;
blocco del servizio di firma delle transazioni;
sospensione degli smart contract (se gestiti da un ente centralizzato).
Una volta congelate le somme, la Polizia Giudiziaria effettua attività di analisi:
verifica della provenienza degli asset;
ricostruzione dei flussi tramite strumenti di blockchain forensics (es. Chainalysis, TRM, Elliptic);
incrocio con testimonianze, chat, documenti, estratti temporali;
confronto con transazioni dei truffatori.
Questo consente di stabilire quali somme appartengono al singolo danneggiato.
Quando la provenienza è accertata, l’Autorità Giudiziaria può procedere alla restituzione ai sensi:
dell’art. 262 c.p.p. (restituzione delle cose sequestrate),
oppure dell’art. 240 c.p. per la confisca nei soli casi previsti dalla legge.
La giurisprudenza applica criteri rigorosi:
necessità di dimostrare il nesso diretto tra somma e truffa;
necessità che l’avente diritto sia inequivocabilmente individuato;
necessità che la somma non sia stata mescolata in modo irreversibile in mixer o servizi di anonimizzazione (in tal caso occorre analisi più complessa, ma non è impossibile).
Il sequestro delle criptovalute oggetto di truffa è pienamente possibile e giuridicamente fondato.
La combinazione di:
sequestri penali tradizionali,
analisi forense della blockchain,
collaborazione con exchange,
recupero delle chiavi private,
tracciamento dei flussi,
consente all’Autorità Giudiziaria di congelare, ricostruire e restituire gli asset alle vittime.
La complessità tecnica richiede una sinergia tra competenze giuridiche e competenze digitali, ma gli strumenti normativi esistono e sono già stati applicati in casi concreti, come confermato dalla stessa Cassazione con numerose decisioni.